Camminare 14

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. (…) Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. H. D. Thoreau

ll passo successivo è non pensare “domani farò”; e non chiedersi “cosa ho fatto, ieri?”. Il passo successivo è vivere ogni passo, pienamente e senza alcuna trepidazione. Essere semplicemente in quel che si è mentre lo si fa.

Essere e fare; divisi sull’uscio del comprendere, separati all’atto della (presuntuosa?) dominanza dell’Io sul Mondo.

Sono, per dire qualcosa che non faccio; come a stabilire una superiorità su ogni fatto.

Oppure, al contrario, Faccio: per dire qualcosa intorno a quel che non è possibile contemplare. Per dire che fare è meglio che essere.

In un caso e nell’altro: divorzio da se stessi. Idealismo, in un caso; pragmatismo, nell’altro. Non fosse che l’esperienza è essere facendo ed è fare essendo. Unità, insomma.

Cammino dimenticando ogni ragione. Mi piace non avere scopi, non trattenere ricordi, non coltivare immaginazioni. Passo, piede, percezione dei limiti estensivi del corpo: una benedizione, tanto rara da apparire rarissima.

Nessun turbamento. Respiro sereno e profondo. Piena luce negli occhi. Visione trasparente delle cose. Forza unita a rispetto. Leggerezza unita al vigore. Cammino così, senza fretta, senza accidia. Senza alcuna ragione di dubbio e senza alcuna presuntuosa certezza.

Sono il mio cammino. Cammino nel mio essere. Cosa potrei desiderare di più?

Mi interessa la nudità dell’essere, sfrontata, coraggiosa, piena, potente, poliedrica, gaia per l’esserci, soddisfatta di essere com’è; consapevole della fragilità ma non per questo ostile alla vulnerabilità.

Cammino. So che tale benedizione è solo nell’atto che sto compiendo: per virtù ma anche per fortuna. Spesso la virtù è solo una grande fortuna, occasione ricevuta in dono senza particolari meriti. Chi è e fa qualcosa di buono dovrebbe, in primo luogo, lodare l’occasione propizia. Cammino. Altri sono obbligati a fuggire. Altri ancora a star fermi; oppure a desistere.

Io cammino. Me lo posso permettere. Semmai ho il merito di volerlo. Una possibilità giunge a compimento solo se voluta: questo sì, non lo nego, potrebbe essere un merito.

Quanto al resto, chi può dire cosa sarà? Chi può dire cosa accadrà? Camminando le profezie cessano di essere zelanti.

Gesù, nel Deserto, smise di essere Maestro, se non per se stesso. Il migliore dei profeti è chi smette di esser tale. Chi cammina è a un passo dall’Assoluto: sciolto da ogni vincolo, o quasi. Perché chi cammina ha piedi e mani. Ha testa e cuore. Ha, è, un corpo. Il corpo è il limite stesso della libertà verso cui tende.

Cammino. Ora mi è chiaro che sono libero perché non lo sono affatto; o lo sono ben poco. Che bello essere giudici della propria illusione. Che bello poter sorridere alla propria finitudine e ridere della propria tracotanza.

Cammino. Passo dopo passo dimentico ogni passo. Perfino i passi che mi paiono, mi parvero, imperdibili ed essenziali. Quel che resta, infine, è una somma destinata all’oblio. Come tutto…

Forse per tale ragione, o anche per tale ragione, cammino?
Cammino perché non bastano le ragioni che ho a dettarmi la necessità del mio incedere.

Cammino per raggiungere la mia fuga.

Giovanni Bongo

Foto di: G. B.

Foto di: G. B.