Addio Sinistra, Sinistra Addio!

Insieme a te non ci sto più guardo le nuvole lassù. Caterina Caselli

Cara Sinistra, ho deciso di scriverti. Lo faccio così, semplicemente. È giunto il momento, per me, di dirtene due o tre per una volta ancora. Forse per l’ultima volta. Ho militato con te, in te, fin dall’adolescenza. La mia prima manifestazione? Il lungo corteo di protesta contro la riforma Falcucci, a Roma, nel lontano anno scolastico 1985 – 1986. Pioveva fitto, quel giorno, e la Capitale era grigia. Come le nostre prospettive.

Nel 1987, rappresentante degli studenti, ricordo le mie prime assemblee intorno al tema del referendum anti-nucleare. Dopo il liceo, fui uno dei riferimenti della sinistra eco-pacifista pescarese. Partecipai a due missioni nonviolente in Terra di Bosnia: la prima, a Sarajevo, con Don Tonino Bello, uomo che tu, Sinistra, avresti dovuto conoscere o dovresti ricordare – ma non nei convegni retorici che tanto ti piacciono; la seconda, a Mostar, con volontari disposti a farsi spazzare via dai cecchini. Ne ricordo uno, Gabriele Moreno Locatelli, ucciso qualche mese dopo da un assassino senza volto.

Ho contribuito alle lotte dei Verdi Abruzzesi, quelli grazie ai quali, ancora oggi, l’Abruzzo è la regione europea con la superficie di territorio protetto più ampia. Quante altre esperienze, in quegli anni. Non sai che emozione poter discutere di scenari globali, a cena, con Alexander Langer, fondatore dei Verdi e  voce autorevole del movimento pacifista mondiale. Non lo ricordi  neppure, vero?

Non sai che gioia ho provato quando contribuii all’apertura della prima bottega del commercio equo e solidale d’Abruzzo, una delle prime del centrosud: era l’anno 1992. Quando ti sento parlare, oggi, di “sviluppo sostenibile” sorrido un po’. Nel 1988 usavo sporte di juta e cotone per fare la spesa; andavo in giro solo in sella alla mia bianchi nera; non compravo bibite americane e non sostenevo multinazionali assassine. Quando mi fu chiesto di scrivere per La Nuova Ecologia, mensile di riferimento dell’intera area ecologista nazionale, mi ritrassi. Ero timido, al tempo, ma imparai a dire la mia, un po’ alla volta, senza mai perdere il piacere di ascoltare profondamente gli altri. Pensavo fosse importate raccordare esperienze divergenti quando non era ancora di moda parlare di “narrazione”.

Misi su, con altri obiettori di coscienza, un movimento trasversale capace di far dialogare, come mai era avvenuto, cattolici, comunisti e laici di una città divisa quasi su tutto. All’Università, fui attivo in tutti i movimenti degli anni ‘90. Studiavamo, eravamo pieni di ardore, speranzosi. Ricordo con affetto i movimenti civici sorti dalle ceneri dei partiti tradizionali; ricordo i nostri desideri, puliti come le nostre mani.

Il 25 aprile del 1994, a Milano, sotto una pioggia ininterrotta (segno inequivocabile degli dei avversi) provammo a dire no all’ascesa (ormai inevitabile, anche grazie a te, cara Sinistra) di Silvio Berlusconi. Sai bene com’è andata a finire. Tu, Sinistra, sei rimasta al tuo posto, a parlare di “lotta e governo” seduta in Camera, in Senato e molto spesso anche in Salotto. Ho militato ancora, con te e in te, fino al giorno del mio definitivo allontanamento dalla politica attiva, o partitica. Consumai lo strappo, direi costretto ma in fondo convinto, in una non commendevole riunione svoltasi proprio a Tricase. Accadde nel corso di una serata che ricordo ancora con vertigine. Persi dei rapporti umani che credevo importanti, cara Sinistra.

A dirla tutta ho voglia di scriverti già da alcuni mesi. Se lo faccio adesso, a pochi giorni dal voto regionale, è per dirti che io non (ti) voterò. A parer mio hai mancato di onorare le tue promesse. Hai lasciato che i padri divorassero i figli; hai prospettato scenari che non hai saputo portare a compimento. Hai visto morire, in pozze di sangue nero come la coscienza di molti tuoi “dirigenti”, i tuoi figli  più fragili ed esposti. Hai nutrito sindacati mediocri, che si sono occupati quasi solo (e perfino male) dei già garantiti. Hai invece dimenticato di spazzare via malaffare, mafia e corruzione dal tessuto della nostra società secolarmente afflitta. Hai assistito al tradimento ripetuto della Costituzione. Hai assecondato il militarismo degli Stati Uniti d’America, partecipato a guerre, dimenticato il diritto allo studio, la tutela del paesaggio, il diritto alla salute dei cittadini che hai governato, dal Piemonte alla Campania, per decenni. Hai trascurato i beni pubblici, hai inventato il lavoro interinale, hai annunciato la soluzione del conflitto di interessi ma hai banchettato con i tuoi avversarsi. Alle volte, anzi, hai perfino fatto affari con quelli che in pubblico additavi come nemici pubblici.

In Puglia, poi, hai acceso fiaccole di innumerevoli speranze, ma poi hai riso al telefono, per bocca del tuo più vistoso rappresentante, con un faccendiere legato alla famiglia Riva, detentrice dell’Ilva di Taranto. Hai riso, ma non c’era nulla da ridere. Né mi pare che in Puglia tu abbia risolto questioni gravissime: lo smaltimento illegale dei rifiuti, la speculazione edilizia, il raddoppio di strade senza senso, la disoccupazione endemica, le inefficienze nella spesa pubblica.

Parli, Sinistra cara, da decenni. Parli bene, alle volte; hai letto qualche libro, te lo concedo. Sebbene oggi tu ti esprima con minore competenza lessicale che in passato. È che ti accontenti di qualche tweet tra una riunione ministeriale e l’altra. Così ti pare di essere al passo coi tempi. Invece sei fuori dalla storia.

Non ti voterò, né qui né altrove: né alle Comunali, né alle Regionali, né alle Nazionali e neppure ai prossimi mondiali. Non avrai più la mia fiducia in bianco. Semmai ti restituirò una scheda candida. Non me ne importa un fico secco di arginare la destra. Tanto tu parli la lingua della destra, pratichi le forme di governo della destra e, soprattutto, non hai capito che il “sistema” è in fase di irreversibile declino. Non è solo crisi. È catastrofe: e tu ancora parli di rilancio dei consumi nel rispetto dell’ambiente! Non hai neppure compreso che la sfera del Politico è funzione, anzi servitù, dell’Economia. Dunque il voto è, oggi, un banale sondaggio: né più né meno che questo. Un sondaggio destinato a ratificare scelte già  compiute dal Potere (ricordi Pasolini? Temo di no) contro di noi.

Sinistra, scusa se ti ho parlato tanto di me per dire qualcosa a te; ma io ho sempre messo me stesso, nelle cose. Ho compiuto errori, certo, ma mai per il mio “necessario” tornaconto. Non ho fatto carriera, non ho cumulato crediti presso i dirigenti di qualche  partito rifondato (oppure smontato) a seconda delle esigenze di qualche leader in eccesso di narcisismo. Ho pure perduto qualche saluto, per aver creduto in te, e per averlo fatto seguendo logiche difformi dal consenso e dal catechismo che ti porti appresso da una vita. Come? Mi chiedi se io attribuisca a te proprio tutte le responsabilità? Certo che no. Però te ne assegno una particolarmente grave: non sei stata capace di mantenerti all’altezza dei tuoi propositi. Si chiama coerenza. Uno pensa, dice, fa: semplice.

Hai visto morire Peppino Impastato, Renata Fonte (che non era proprio una “compagna”, come ami dire; ma è grazie a lei se Porto Selvaggio è una riserva marina tra le più belle del mediterraneo), Carlo Giuliani; hai assistito al sacrificio di intellettuali spiantati, operai con i calli, gente semplice e fiduciosa ma piena di gioia: mai hai pensato davvero a loro, in tutto questo tempo. Tu mangi da Eataly, oppure vai ai convegni sui contadini del Chiapas mentre i tuoi braccianti crepano a Foggia. Mi dimenticherai in fretta, Sinistra; o forse lo hai già fatto. Io, invece, ti sto scordando.

S-cordare è altra cosa: è tirare fuori dal cuore. Senza dimenticare mai nulla. Addio, Sinistra.

Giovanni Bongo (per gentile concessione di: http://www.ilvolantinoditricase.it)

Foto: dal web

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Camminare 17

Si ha bisogno dell’erba. Del suo moto dolce, ondulatorio, aggraziato. Della voce del vento tra le sue infinite dita verdi, gialle, di clorofilla e sole.

Si ha bisogno del frusciare scrosciante del suo giallo già secco agli esordi d’estate, del grano che matura, dei papaveri che puntellano distese ocra, di alberi soli in masse sterminate di giallo.

Ho bisogno dell’erba. Del vento che la scuote, di quella voce sibilante e imperdibile, tenue, che accompagna i miei passi e non li lascia soli; ma neppure li copre col rumore febbrile delle azioni umane.

Potrei ascoltare per ore il vento tra queste foglie e il benefico ricordo senza rimorso che tale armonia di suoni mi offre.

Vento, nei capelli, nell’erba, tra le dita: e torno bimbo, e resto giovane, e tutto sembra talmente sereno, privo di asprezze, privo di ingiustizie. Il vento dà quiete.

Si ha bisogno del vento, quando muove cime di faggi magri e altissimi, come principi del giorno e imperatori della notte. SI ha bisogno del vento, al riparo di pareti d’alberi e volte verdi, rese chiare dalla forza del sole penetrante.

Si ha bisogno dell’erba e delle fronde, camminando silenziosi, senza fretta, calmi per un’ora simile a un anno, per un’ora simile ad una stagione perduta della propria vita.

Quando il vento scuote l’erba, senza imprimervi i suoi passi, si ha di nuovo tempo: ecco la questione; si ha di nuovo tempo, si è redenti dallo scorrere del tempo.

Anche sui pedali, a ridosso di dossi e campi, si ha bisogno dell’erba: il fruscio della catena e quello dell’erba danno conto del solo movimento nello spazio, ma non del tempo che va.

Camminare ai fianchi dell’erba, questa è un’esperienza che nessuno dovrebbe perdersi. Allora chi cammina sa di farlo con la più profonda serenità possibile. L’erba scossa dà pace, è viva, ricorda che la vita trionfa – o almeno lo fa sperare.

Non i campi duri del gelo; ma i campi mossi del risveglio di aprile e maggio; ecco quali campi occorre attraversare con maggior forza. Si ha bisogno dell’erba, alle volte, e si vorrebbe camminare solo e sempre al suo fianco. Mossi dal vento e fermi, almeno in apparenza, nel tempo.

Giovani, fanciulli, innocenti; innocenti e con gli anni addosso a far da scudo contro gli assalti delle delusioni. Consapevoli, sapienti (un tanto), saggi (abbastanza e mai del tutto); ma di nuovo sereni come bimbi.

Si ha bisogno dell’erba. Camminando senza fretta in un campo estivo, sul sentiero di breccia della primavera matura, lungo il ciglio di terre non battute dall’uomo, silenziose e frementi.

Il vento ha carezzato i miei passi, sciolto i miei pianti, dato presenza al presente; sono senza fretta, senza premure, senza rimpianti. Ho solo ricordi, tutto quello che è nel cuore, profumato, benefico, buono. Odoroso di vento e di erba. Sereno.

Giovanni Bongo

Foto: G. B.

Foto: G. B.