Occhi al cielo

Ogni giorno, dal primo mattino, complichiamo quel che è semplice. Per un difetto di prospettiva, probabilmente. Per una sorta di “seconda natura” acquisita dall’ambiente consumistico nel quale ci tocca di vivere. L’implicito ordine quotidiano è: devi avere tutto quello che riesci ad avere. Avere: un nuovo orologio, un cellulare più sottile, una nuova automobile (appena finisci di pagare la vecchia, che invero è nuova ma è superata); devi avere più amici (quanti “mi piace” hai ricevuto, oggi?), devi avere più successo, devi avere più paia di scarpe. Avere: devi avere. Il frigo pieno: non ci sono dentro abbastanza bibite, per non parlare dei formaggi erborinati, per non dire dei salumi stagionati, e che dire del latte fresco parzialmente scremato magro con vitamine aggiunte? Hai abbastanza? Non ti pare, dunque devi guadagnare di più. Devo lavorare di più per guadagnare di più. Devi fare un salto di carriera. Devi raggiungere quel tuo collega (nemmeno più bravo di te) e cercare di fare una buona figura con il direttore. Il primo caffè è con lo zucchero, a casa. Esci a stomaco vuoto? Che importa, ti attende il secondo caffè con lo zucchero e il cornetto. Alle 10.35 hai il terzo caffè con lo zucchero. Stavolta un piccolo pasticcino tanto per non lasciare vuoto lo stomaco già pieno di zucchero. Che male c’è ad addolcirsi la vita? Poi hai il pranzo leggero delle 13.00. C’è una tavola calda, giù in strada, che fa dei buoni primi abbondanti. Non è proprio un pranzo leggero, ma che importa? Hai la lezione di spinning alle ore 18.00. Se trovi parcheggio. Se non trovi parcheggio rischi di perdere la lezione di spinning. Il primo caffè sarebbe buono amaro. Il caffè amaro è come il vino non annacquato: è vino. Lo devi sentire sulla lingua. Devi sentire il cuoio che ha dentro, e le rose, e il miele, e l’uva; sì, perché il vino è fatto con l’uva. Col primo caffè amaro puoi mangiare una fetta di ciambella fatta in casa la sera prima; magari con uno strato leggero di confettura di frutta: vera frutta, se possibile. Al secondo caffè potresti perfino rinunciare. Mangiare una mela alle 10.35 non sarebbe male. Mela è anagramma di male: ci avevi mai fatto caso? A pranzo potresti tornare a casa. Sono venti minuti, con la bicicletta, e il premio è un sorriso grande da parte di chi ami. I sorrisi portano giù il colesterolo stress-correlato. In palestra potresti andare in bicicletta; una volta giunto potresti usare gli attrezzi e lasciar perdere la lezione di spinning: non è poi tanto sensato stare fermi su di una bici che sta ferma e immaginare di essere in moto nel mezzo di un deserto del Nevada evocato da un istruttore che urla tutto il tempo. Semplifica: quanto devi lavorare per comprare quello che potresti fare da solo, gratis? Semplifica ancora: quanto costa essere sempre competitivi, volitivi, volenterosi, voluttuosi, violentemente consumisti? Se sei un precario, una precaria, è anche più facile. Hai il problema opposto? Perché non guadagni abbastanza, ovvio, e già stai facendo cose interessanti (miracolose?) per vivere una vita decente alla metà del prezzo di tutti gli altri. Semplifichiamo il problema per meglio comprenderlo, dunque. La domanda è aperta, riguarda tutti, riguarda me. Chiedo, mi chiedo: tra una supplenza che non arriva, un corso che devono pagare da mesi, un orto faticoso e tanto profumato, la domanda è: come stiamo vivendo? Per cominciare, però, prima di abbozzare una risposta, alziamo gli occhi al cielo. Il cielo conferma che siamo ancora sulla stessa Terra di tutti i tempi; e c’è tutto, qui (Christopher McCandless); e c’è posto per tutti, qui (Gandhi); e ci sei tu, qui.

Tu sei qui, sulla Terra, col cielo su di te.

Occhi al cielo.

G. B. cielo