Biodiversità

Se ne parla molto; si è convinti che la biodiversità vada preservata. In astratto, sono d’accordo perfino coloro che ne minacciano l’esistenza: i “bibitari” della multinazionale della bibita più bevuta del mondo o i produttori dei panini meno sani del pianeta terra. Non meritano di essere citati perché non meritano neppure la peggiore pubblicità possibile. Sono sponsor dell’Expo di Milano: fatto increscioso, vien da dire.

Biodiversità: ovvero vita. La stiamo minacciando, aggredendo, erodendo. Con molteplici scelte, abitudini, comportamenti errati, azioni smisurate, politiche prive di lungimirante intelligenza.

Un campo di grano uniforme: è una minaccia alla biodiversità.

Mangiare sempre (e solo) una varietà selezionata di mele levigate, prive di imperfezioni: una minaccia alla biodiversità.

Eliminare fiori, arbusti e alberi dalle città: una minaccia alla biodiversità.

Ogni anno perdiamo 13 milioni di ettari di foreste tropicali. Rischiamo di perdere (a causa dei cambiamenti climatici) la totalità delle barriere coralline entro l’anno 2050.

In Europa (Eurozona, moneta unica, conti a posto, contenimento del deficit con il non conseguente contenimento della diffusa deficienza intellettuale e morale)  il 60% delle specie e il 70 % degli habitat sono a rischio.

In Italia (Bel Paese, ex giardino d’Europa, patria dello stile italiano nel mondo, grande bellezza perduta) un quinto delle specie è a rischio di estinzione: un dato tra gli altri, su di “un campione di 2.807 specie italiane di spugne, coralli, squali, razze e coleotteri, ben 596 sono a rischio di estinzione”.

E noi, che ci possiamo fare? Possiamo. Possiamo fare. Possiamo fare molto. Preservare la biodiversità è possibile in molti, umanissimi, semplici modi.

Il vecchio albero del bisnonno, in giardino? Reclama cura: potatura, concimazione, riproduzione da seme o talea.

La pianta di menta ereditata dalla nonna? Può essere diffusa, da vaso a vaso e fino all’orto.

I fiori del luogo? Meritano di restare in giardino: sono da preferire ai fiori con misure standard provenienti da serre standard e coltivati con pesticidi standard.

il grano? Meglio un campo contenente una varietà prevalente con molti altri semi imprevisti: così da ottenerne un raccolto irregolare, non uniforme, biologicamente resistente, ricco e vario.

A tavola? Recuperare le ricette perdute, i sapori arcaici, le pietanze desuete: basta con la panna sui tortellini, il pesce d’allevamento, le verdure concepite solo quale triste compendio ad arrosti francesi gonfi di ormoni.

Cerchiamo pane ruvido, di quello ancora buono dopo 10 giorni. Lasciamo perdere i panini bianchissimi e immangiabili dopo tre ore.

Piantiamo fiori ovunque vi sia spazio: nutrono insetti impollinatori ridotti alla fame nelle nostre città di cemento asfalto vetro ferro negozi prestigiosi e spot di auto con a bordo suadenti tipi sportivi eleganti gentili mai una volta depressi mai.

Biodiversità è anche emozione, emozioni plurali, pieghe dell’animo, inclinazioni perdute: un buon libraio non può essere soppiantato da un infelice promotore finanziario in giacca e cravatta alle 12.45 di ferragosto (lavora sempre, lui).

Una bella caffetteria è preferibile al coffe shop standard con “brunch” (in italiano, prego: ma è poi colazione o pranzo?) a 7 euro con il primo calice di prosecco (standard) in calici standard dalle 11.15 a. m. in poi.

Biodiversità è vita: non è standard di vita, la vita. Non è mai stata così, la vita, in vita sua.

G. B.

Immagine: dal web

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