Trasformazione 3

Chiamiamo le cose. Nominiamole. Suscitiamole. Senza difenderci con lo scudo della nostra insolvente insolenza verbale.

Parliamo di quel che ci sta a cuore. Diciamo amore, per dire dell’amore. Diciamo rabbia, per dire della rabbia. Nulla è invisibile, a volere aprire gli occhi.

Chi è irritato ha una ragione per esserlo, magari remota. Chi è malinconico, senza dubbio, ha una ragione per esserlo; lontana lontana.

Chi è sempre indeciso, incerto, insicuro, malaccorto – ha le sue remote ragioni.

Il passato ci sovrasta, ci determina, fa di noi il suo dominio. Il nostro passato. Quello vissuto, perduto, patito.

Non v’è scampo, oggi, se non chiarendo a noi stessi il nostro passato: parlandone. Senza ulteriori finzioni. Per diventare presenti a noi stessi: unico modo per diventare presente.

Parlare di sé è un rischio? Sì, lo è. Occorre fiducia. Occorre ascolto. Occorre fidarsi di chi ci ascolta. Chi ci ascolterà? Chi decidiamo debba farlo.

Nondimeno, potremmo essere noi i primi a farlo: ascoltarsi è men che semplice. Non lo facciamo quasi mai.

Di norma, certo, parliamo, parliamo, parliamo: ci diciamo cose, buone o cattive, pur di non tacere. Se tacessimo, profondamente e amorevolmente, verrebbe fuori la voce – remota, inespressa, inaccessibile – che da tempo chiede di essere accolta e ammessa alla nostra attenzione.

La nostra attività nasconde il nostro io ferito: gli impedisce di ascoltare se stesso e di prendere atto di chi siamo, di quel che ci è stato fatto, di quel che abbiamo fatto; di quel che abbiamo sopportato, di quel che abbiamo fatto sopportare.

Che società insolvente, è la nostra: febbrile ma sola. La comunità è decaduta per eccesso di zelo: facciamo pur di fare. Nessuna contemplazione è ammessa. Non produce, è inutile, dunque è ritenuta superflua.

Di norma, una società è la manifestazione artificiale di una funzione naturale. Non possiamo non stare in società, per sopravvivere nella natura.

Troppo lontani dalla natura, tuttavia, ci accade l’irreparabile: ci distanziamo da noi stessi, dalla nostra socialità; e allontaniamo da noi la comunità della quale siamo parte.

Oggi siamo così lontani dalla natura da esserlo perfino dagli altri.

Artificiale è ogni cultura, ma senza cultura siamo (di nuovo?) nella prateria delle nostre insufficienze e senza le capacità (arcaiche) proprie del nostro smarrito istinto: né animali né dei, siamo solo degli umani affamati di senso.

Ritroviamo la parola. Con essa, ritroviamo l’ascolto. Ritroviamo noi stessi, ma nella verità. Ritroviamo l’amicizia, non nel giudizio ma nella comprensione dei reciproci (inevitabili) torti.

Non è più possibile fingere che non sia un problema il fatto di non poter più dire chi siamo senza, con ciò, fingere di essere chi diciamo.

G. B. 

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