Entropia sociale

Non discutiamo mai la natura del problema, non scorgendo il problema della Natura.

Siamo disposti a riciclare, comprare cibo biologico, assumere comportamenti eco-compatibili, preferire bottiglie di vetro. Siamo disposti a firmare petizioni, sostenere associazioni, perorare cause, partecipare a cortei. Siamo disposti a tutto. Non ad abbandonare il costrutto della nostra convivenza fondata sul consumo, sulla produzione indefinita, sulla crescita cieca, su di una espansione illimitata del Mercato e sull’asservimento ad una estetica del lavoro intesa quale sostanziale plastificazione dell’essere, della nostra ontologia basilare, della nostra complessità relazionale.

Abbiamo edificato società basate unicamente sull’accettazione involontaria (passiva e abitudinaria) del patto sociale dato – all’interno di una cornice ideologica considerata naturale e non, come è nei fatti, ideologica.

Non riusciamo a immaginare noi stessi fuori da un simile patto sociale, ovvero indipendenti da un’idea del lavoro simile ad un infeudante servaggio, però salariato. Non riusciamo a immaginare noi stessi liberi dall’ossessione del possesso privato di mezzi che, altrimenti, potremmo socializzare e condividere. Non riusciamo a immaginare noi stessi capaci di emancipazione nel campo delle relazioni interpersonali – da intendersi quali liberi patti affettivi e non quali manifestazioni della utilità produttiva: al punto che calcoliamo il numero di amici raggiunti sul social network e non sulla gratuità affettiva conquistata nell’agorà.

Siamo schiacciati dalla logica capitalista (oggi finanziaria più che produttiva) imperante; non sappiamo come fare a rinunciarvi.

Dunque chiediamoci: se il problema non fosse avere un’automobile a basse emissioni ma non avere affatto un’automobile? Se il problema non fosse comprare acqua in bottiglie di vetro ma fosse, piuttosto, non comprare affatto bottiglie d’acqua? Se il problema non fosse la dignità del lavoro (schiavizzante) che abbiamo ma il superamento totale dell’idea di lavoro che si è  configurata negli ultimi 300 anni: alienarsi per un salario sempre inadeguato a farci sentire felicemente alienati?

Se il problema fosse immaginare una socialità differente da quella nella quale siamo stati “educati”, preparati, concepiti?

Se dovessimo abbandonare il paradigma imperante per inventarne uno totalmente nuovo?

Appena tre secoli fa in alcune culture erano impensabili l’abolizione della schiavitù e l’emancipazione femminile. È pensabile una società differente dalla nostra?

Quanto talento è perso, come energia inespressa e come energia dispersa, nella nostra società dei consumi?

Il grado di entropia sociale, questo è il modo per riconoscere la infelicità sociale diffusa.

La misura della perdita di intelligenze, attitudini, volontà, creatività e capacità (di tutte quelle doti che, con lessico improntato a calcolo e a pericoloso atteggiamento contabile, qualcuno si ostina ancora a chiamare “capitale umano”); la perdita di tali attitudini umane è spreco di risorse, violazione dei diritti individuali, violenza all’ecologia planetaria.

L’ecologia non concerne, dunque, le sole istanze materiali, fisiche e biologiche delle forme viventi; riguarda, anche, le comuni necessità esistenziali di tutti noi. Se giustamente ci poniamo il problema dell’efficienza di una caldaia; altrettanta cura dovremmo destinare ai talenti inespressi e alla diffusa impossibilità, per molti e per tanti, di esprimere quel che hanno da esprimere.

Il mondo del lavoro, dominato dall’ideologia uniforme del consumo e della produzione incessante di sciocchezze, è nelle mani di chi non vuole artisti ma esige esecutori.

Non ha molte possibilità, oggi, chi pensa, scrive, fa pane, fa scarpe, dipinge, rallegra, poeta, idea, coltiva, aggiusta, rallenta, cura; non ha molte possibilità se non vendendo se stesso all’uniformità imperante. Perché questo ci è richiesto: fare i venditori, qualsiasi cosa si faccia.

Il professore deve vendere lezioni private; il medico deve vendere farmaci; lo psichiatra deve vendere psicofarmaci.

Non cercano altro che venditori, quelli che approntano le politiche del lavoro; vogliono venditori sotto le spoglie di ingegneri, avvocati, medici, biologici, tecnici; letterati, psicologi, sociologi; e filosofi.

Il motore, inefficiente e fragorosissimo, del capitalismo finanziario non vuole altro che venditori. Non sa che farsene di fisici teorici, appassionati di storia medievale, antropologi.

Oggi, in un ipotetico colloquio di lavoro, Nietzsche ed Einstein sarebbero scartati. Oggi, più che mai, Leopardi (che ebbe i suoi bei problemi al suo tempo) sarebbe oggetto di pietà, scherno, derisione; o sarebbe al centro di un reality show: il genio e la pupa.

Che tristezza, questo mondo fatto merce; che idiozia, questa merce resa mondo.

Sottrazione. Ecco una operazione degna di nota. Sottrarsi all’imperio della produttività e dell’Utile.

Cos’è l’utile?

Inutile fu considerato, per secoli, il calcolo di Aristarco – fino al giorno in cui trovò conferma.

Giordano Bruno, Copernico, Galileo Galilei, Keplero: essi diedero dignità all’idea, remota e perduta, di una terra in viaggio attorno al sole; permettendoci, per uno strano effetto di fertilità dell’inutile, di arrivare a lanciare satelliti e usare palmari.

L’utile è, dunque, l’inutile fatto per passione. Altrimenti è calcolo ottuso, la cui inutilità finale è scritta nei suoi fini senza scopo.

Giovanni Bongo

Foto: G. B.

Foto: G. B.