Lo sguardo sulle cose

Lo sguardo sulle cose. Labile. Incerto. Capriccioso. Tanto da non vedere che la nostra stessa intemperanza. Osservare una macchina di lusso. Poi una vetrina. Poi, distrattamente, un palazzo. Poi un vaso di gerani. Poi gli occhi di un bambino. Poi le spalle di un giovane vigoroso. Poi le natiche di una passante. Poi le scarpe di una donna ben vestita. Poi la pubblicità sbiadita di un paio di mutande indossate da un uomo senza tempo e dall’aria compromessa: che ci fa uno così, per dodici mesi, su di un cartellone tanto vasto, senza sembrare fuori luogo? Copre il passaggio frequente dei treni in ingresso in città?

Lo sguardo sulle cose. Il corpo ripetuto mille volte, in svariate forme, per vendere qualsiasi oggetto di uso comune, dal più banale al più elaborato. Marciapiedi stretti, larghi, sporchi, malmessi: attento a dove metti i piedi, ti dissero; e tu lo ripeti pedissequamente, come un automa beffardo, a chi ami e solo per non sentirti in colpa per non averlo fatto. Se ti hanno avvertito, dovrai pure avvertire. Il passaparola nasce così, dall’istinto di sopravvivenza: ma è parola senza pensiero, spesso.

Lo sguardo sulle cose, incapace di trattenersi su di un solo  momento: spazio e tempo che si addensano in una misura solo apparentemente solida, il più delle volte elettronica.

Lo sguardo sulle cose. E poi, non avere occhi che per lei, per lui, per un singolo avvento d’esistenza. Perché l’amore ci colse sull’uscio del nostro inavvertito sguardo. Non avere altro sguardo: d’improvviso far coincidere tutta la nostra attenzione con l’unico referente del nostro consapevole colpo d’occhi. Colpo d’occhi, colpo di fulmine, illuminazione. E allora non avere altro sguardo che per lei, per lui, per un singolo avvento d’esistenza, significa avere sguardo anche per le altre, per gli altri, per il mondo. Uno sguardo rapido e consapevole, che riporta all’unico sguardo che ci dia visione.

Perché non avere occhi che per lei, per lui, significa tornare ad avere occhi e vedere il mondo come da una siepe. Sì, cara è questa siepe, che il nostro sguardo esclude dall’ultimo orizzonte; ma che ci fa sentire l’infinito. Ci rende vivi. Ci fa vedere quel che osserviamo; ci fa osservare quel che vediamo.

Perché senza limiti, a quanto pare, non vediamo un bel niente.

Giovanni Bongo

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