Il prezzo del valore perduto

Frutta lasciata a marcire; oppure distrutta con le ruspe, schiacciata, compressa, sotterrata. Cibo mai distribuito, mai raccolto, mai mangiato.

Per tenere alti i prezzi di frutta e verdura, favorendo esportazioni e importazioni in base ad una criminogena “logica di scambio” fondata sul prezzo (sui prezzi), fanno di tutto. Chi? Governi, cartelli dei produttori, consorzi; e i consumatori, spesso male (o per nulla) informati.

Così non è raro che un pomodoro prodotto in Sicilia lasci l’isola per poi tornarvi, dopo un tortuoso giro, a prezzo triplicato nelle confezioni del grosso gruppo cooperativo con sede in Emilia. Ai produttori, pochi centesimi…

Così non sorprende che gli agrumi spagnoli riempiano gli scaffali dei mercati pugliesi; e dire che fino a qualche decennio fa gli agrumi pugliesi partivano per le più lontane destinazioni, buoni come sono pur senza godere della fama degli agrumi siciliani. Non fosse che ai pugliesi costano meno gli agrumi spagnoli di quelli (ottimi) locali…

Il Mercato Globale fa così: impone bulbi (da fiore) olandesi in Liguria, stabilisce quote latte, determina carenze ed eccedenze; producendo quella maledetta ricchezza (fondata sul danaro) che tutti inseguiamo e associandola all’equipollente spreco (con annessa miseria) che tutti, almeno a parole, censuriamo; infine, provocando una tormentosa irrequietezza dei prezzi.

Invece sarebbe possibile fare altrimenti: produrre quel che si è in grado di produrre; stabilire un prezzo equilibrato, che soddisfi chi produce e chi compra in uguale misura; destinare le eccedenze a chi non ha, a chi ha bisogno, agli enti e alle organizzazioni (scuole, ospedali, associazioni benefiche); lavorare per utilizzare le eccedenze in modo da renderle utili per scopi difformi e convergenti: le plastiche vegetali, ad esempio, potrebbero agevolmente essere prodotte con mais e buccia di pomodori eccedenti, senza accrescere coltivazioni specifiche realizzate sottraendo terra ai bisogni alimentari (è quel che avviene oggi, per la produzione dei bio-carburanti).

Questa mia immaginaria equità alimentare, e prima ancora agricola, passa tuttavia per la consapevolezza (in molti di noi assente) del valore effettivo del cibo. Il valore, non mi stanco di ripeterlo, che è altra cosa dal prezzo.

Esempi? Un piumino prodotto in condizioni immonde costa, al termine del “processo produttivo”, circa 25 euro. Se “griffato”, il suo prezzo oscillerà intorno ai 350 euro, ben che vada.

Il prezzo è, pertanto, una categoria menzognera applicata al valore (ipotetico) delle cose.

Un litro di olio extravergine di oliva, a produrlo con rigorosa cura, costa più di quello che il prezzo di certi mercati ammette e richiede. Il consumatore, spesso incline a spendere una cifra pazzesca per un piumino, è però dubbioso quando si tratta di spendere una cifra accettabile (ma non stracciata) per un litro di olio: prende così forma la sospensione del valore.

Il valore è connesso alla reale utilità, al benessere, alla qualità della vita, all’essenzialità degli usi; all’ecologia individuale, ambientale, sociale.

Il valore implode, tuttavia, quando tutto è misurato in termini di prezzo: il che spiega la presenza di cibo spazzatura nelle dispense delle famiglie povere di mezzo mondo, oppure il drammatico scambio tra cibo di qualità e oggetti elettronici di ultima generazione.

Il prezzo di un uomo è il corrispettivo del suo potere di vendita sul mercato delle merci totali. C’è chi acquista cacao, per stoccarlo, quando i prezzi del cacao sono bassi; rivalendosi in presenza di un artificioso rialzo dei prezzi.

C’è chi vende assessori.

C’è chi crede che l’olio di oliva sia meno importante del borsello da esibire nel localino di tendenza; salvo poi consumare un aperitivo mediterraneo condito con poche gocce di quell’olio biologico certificato altrimenti ritenuto meno importante del borsello. Non fosse che l’olio all’ora del brunch ha un prezzo più interessante del valore dell’olio comprato per i pranzi di ogni giorno con la propria famiglia.

Questa è la società dello spettacolo; non è un buono spettacolo.

G. B.

Foto: dal web

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