Fare a meno?

La nostra è un’economia dissipativa. Fondata sul consumo. Come una tragica repubblica a partecipazione azionaria.  In tale sistema tutto è calcolato in danaro, nel senso che tutto ha un prezzo – o deve trovare una collocazione sul mercato generale del mondo commerciale; deve trovare una collocazione a qualsiasi costo.

Nello spazio (ormai esiguo) di una generazione o due, con questi ritmi e di questo passo, annienteremo quel che resta di Natura, Cultura, Bellezza e Società. Al costo (è il caso di dire) di rendere superfluo il concetto stesso di credito.

Se ne può venir fuori?

Sì, ma con aggraziata ironia e rude coraggio: in primo luogo chiedendosi di cosa di possa (e ormai si debba doverosamente) fare a meno; in secondo luogo chiedendosi cosa si possa ottenere senza usare denaro per ottenerlo; infine, ipotizzando scenari diversi da quelli apparentemente già prescritti, e indicati, nel presente: insomma, immaginando un altro mo(n)do di vivere.

A cosa rinunciare? Nello spazio pubblico, come in quello privato, a tale domanda è possibile rispondere solo in modo pragmatico, misurandosi con le risorse, i bisogni, la materia di cui è fatto il mondo – e di cui si è composti. Non è, questa, una domanda teorica e astratta: concerne l’uso di risorse, spazi, cose, beni – dall’acqua al cibo, dal suolo agli strumenti tecnologici, dall’educazione alla cultura, dalla fruizione dell’arte alla possibilità di viaggiare.

Cosa ottenere senza usare denaro? Beh, la pratica quotidiana ci dice che possiamo offrire lavoro in cambio di beni: braccia in cambio di olio extravergine d’oliva, a titolo di esempio. Il che, semplicemente, ci riporta a considerare il valore non monetario della nostra esistenza e ci porta a riconsiderare l’uso scambievole delle nostre capacità, attitudini e beni. Si tratta, insomma, di elaborare un immaginario non a misura di danaro.

Alla base di tutto, tuttavia, resta la questione di fondo: cosa siamo disposti a fare per fare a meno?

G. B.

2 thoughts on “Fare a meno?

  1. Col baratto o con le banconote, ognuno fa quel che riesce per galleggiare. La cosa più intrigante che mi è capitato di leggere su questo tema è una frase di cui non ricordo l’autore, e che suonava più o meno così: “nel futuro i ricchi non saranno più coloro i quali possiedono di più, ma piuttosto coloro i quali abbisognano di meno”.

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    • L’uomo più ricco è quello i cui piaceri sono più a buon mercato. Questo è Thoreau. E ringrazio per la citazione, oltre che per lo spirito dell’osservazione.
      Galleggiare. Come rami spezzati, nobili nel loro tragico destino. Come bottiglie recanti dispacci o disperati messaggi d’amor perduto, nel loro romantico appello. O come sostanze organiche, se non nobili però utili – nella gigantesca ruota della vita. Oppure come bottiglie di plastica, travisate nell’uso e lasciate all’ingordigia di economie del superfluo: quelle che io decisamente contesto.

      Grazie, Fausto, della riflessione… Con piacere.

      G. B.

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