Il giardino

Camminare con passo lento, alzare gli occhi, di quando in quando sostare nei pressi di una siepe.

Sedere su di un sasso largo, oppure accomodarsi su panchine lasciate a prendere età nel tempo delle piogge assorbite da ferri infine spugnosi.

Scrutare, tra le larghe fronde, frammenti di nuvole sparse come casi della materia; casi sparsi a caso, soltanto in apparenza.

Udire il canto di uccelli irriconoscibili e il ronzio di rapidi insetti danzanti.

Soprattutto, i giardini sono gentili, non giudicano, non insultano, non ledono, non assillano. I giardini parlano con fare gentile oppure tacciono discreti, lasciandoci la possibilità di pensare senza pesare.

I giardini sono le migliori compagnie possibili, quando siamo soli; oppure quando siamo in compagnia di compagni tormentosi.

Nei giardini il vecchio è men solo, il bambino è meno schernito, lo studente è più audace, il professore può allentare la cravatta e la presa sulla pretesa di essere infallibile. I cani, i piccioni, gli animali incresciosi altrove, trovano ristoro e umana complicità nei giardini.

Nel giardino l’umanità respira, risiede, si radica gradita a sé stessa e sboccia.

 

Meritiamo un giardino, specie quello che sapremo curare.

G. B.

Camminare 23

Camminiamo per raggiungere; camminiamo per fuggire.

Stazione eretta, deambulazione, transito: ecco il segreto peculiare della nostra specie (ormai) sedentaria, troppo spesso negoziante, commerciante, giudicante. Chi cammina è (nonostante il fitness assai di moda) scrutato (ancora) con vago sospetto: è nomade, perditempo, perdigiorno, inafferrabile, lento ma non fermo, in moto (non rettilineo uniforme) e inquietante.

Che camminano a fare? Ecco la domanda dei residenti, dei seduti, degli accomodati, dei sistemati in auto o in ufficio. Si dice, a uno che voglia prendere un posto nel mondo: “si metta pure comodo“; lo si dice a chiunque, sedendo, possa tornare utile alla causa di chi è già seduto. Sedersi è, sovente, sedarsi: cedendo in trappola.

Chi cammina, al contrario, suscita l’idea dell’inutilità e del vago e dell’improduttivo. Dunque, se cammini, sappi di poter apparire fuori ruolo, fuori schema, inquietante, inservibile, troppo complicato per essere utile.

Sebbene nelle metropoli ci si muova spesso a piedi, per andare in ufficio o a scuola o a risolvere faccende; sebbene sia una buona cosa fare le cose camminando, il camminare più profondo è, soprattutto e in primo luogo, una fatica fatta per non andare da nessuna parte: per sfuggire agli obblighi non voluti; per ritrovare sé stessi nel caos del mondo, per generare caos capace di suscitare stelle danzanti: libertà, unicità, scelta.

Da cosa fuggire, cosa cercare? Ogni camminatore risponde come può.

C’è chi fugge, materialmente, dall’insulto, dalla guerra, dalla fame, dal sopruso, dallo scherno; chi fugge dall’insensatezza, dalla malinconia, dalla nostalgia; chi dall’opulenza, dalla ricchezza smodata, dal successo e dalla gloria; chi da qualcosa di assai meno appariscente e invero sottile, bruciante: la vergogna.

Il mondo è pieno di vergogna mal dissimulata: un senso di disagio riemergente durante una lite, quando ci si insulta e volano bicchieri, quando si vuole solo prendere la porta e andar via; quando si desidera essere lontano, lontano, lontano – presso le stelle, verso gli orizzonti (l’orizzonte singolare è sempre un plurale mal interpretato) del domani, verso una pace sincera, verso un amore senza alcun astio; verso la verità di una vita degna e sensata e libera.

Andare è dare: prospettiva al proprio sguardo, possibilità al proprio cuore, terra ai propri piedi; e forse speranza – anche se la speranza stessa, alle volte, toglie speranza; andare è cercare gioia.

Lo zaino talvolta è molle; non per questo è meno pesante; v’è nella mollezza un sovrappiù di pesantezza. La stessa pesantezza che rende imprecise le gambe, dette molli per dire stanche, non vigorose, non solide.

Lo zaino di chi cammina è, talvolta, molle e gravoso come il contenuto, molle, di una conversazione senza pietà.

Si fugge da tante cose simili, si cerca il mai veduto: quando si cammina contro ogni logica, ostinatamente; e in modo simile quando si scrive contro ogni ragione, chissà se letti, da quanti, e se compresi, da quanti.

Ecco, camminare è come fare poesia: inutilmente, proprio per questo per bellezza.

Il camminatore è un poeta male-detto e male-letto: da dire meglio e da leggere con più attenzione.

La domanda di tanti suona come una beffa: che cammini a fare? Come se la bellezza, la ricerca fine a se stessa, il voler vivere non come bruti ma per “seguir virtute e canoscenza” fossero lussi da giustificare ogni santa volta.

Camminare per seguire virtù e conoscenza non si giustifica, si fa: per seguire orizzonti senza inseguire miti dorati di un mondo generalmente seduto.

Camminare così, oggi e per chissà quanto ancora, è vivere.

Giovanni Bongo

 

Giordano Bruno

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. (Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla).

Filippo Giordano Bruno, Nola 1548 – Roma, 17 febbraio 1600

Quando saremo liberi dall’idea del peccato e sicuri da ogni turbamento del reciproco darsi tormento, allora e solo allora l’amore avrà un senso.

Si può far del male con fruste e parole; la privazione di umanità dell’Uomo, tuttavia, comincia sempre nel linguaggio e con sottili, o grossolane ma ugualmente taglienti, insinuazioni psicologiche e antropologiche: tanto sottili, o tanto grossolane, da assillare i destinatari di simili messaggi d’odio.

Chi subisce tali messaggi finirà col credere di meritare torturanti colpe immaginarie; oppure finirà con l’essere il capro espiatorio di un’epoca e di un mondo in olocausti destinati alla maggior gloria della Società e di Dio.

Lo sapevano i persecutori della “santa” Inquisizione; lo hanno saputo i dottori Mengele dei Lager nazisti e gli aguzzini dei Gulag e di tutti i luoghi di tortura del pianeta.

Le parole costituiscono l’incipit, e in qualche caso anticipano la materiale esecutività, di pene corporali, uccisioni, annientamento di corpi e vite. Dalle parole prendono forma massacri e stragi.

Le parole, private del loro appropriato uso, senso e significato, costituiscono così l’assassinio perpetrato con altri mezzi; in altri termini di dolore.

Chi ha smesso di dialogare dichiara che non c’è da dire nulla, se non quel che è prescritto. Ogni dittatore, per quanto mediocre, sa che il mondo si governa con un discorso; con la selezione delle opportune parole, usate non a caso per limitare, e non dilatare, la molteplicità dei significati. Ogni dittatura sorveglia il soggetto sotto dettatura: si tratta di un diktat, etimologicamente parlando. Il potere non può denunciare il silenzio cui sottopone i suoi dominati. Il Potere non ama gli scrittori, i poeti, i liberi cercatori. 

Giordano Bruno, vittima della presunta Verità del fanatismo cattolico, fu testimone della bugiarda “volontà di impudenza” dei guardiani di un finto regno celeste; fu martire del libero pensiero; fu vittima delle parole d’odio con le quali fu stravolto il suo discorso filosofico.

Ai vili torturatori d’ogni tempo, siano essi gli sgherri sgangherati di un qualche transitorio Potere o i banali (e purtroppo quotidiani) assassini della verità d’ogni giorno, Giordano Bruno diede prova di quel che vuole dire pensare.

Pensare è presenza di corpo nello spirito; è materialità di spirito nel corpo; è visionaria capacità di intuire il giorno e la notte degli infiniti mondi in pienezza di parola, pensiero, azione.

Giordano Bruno disse, a suo modo, che l’atto stesso del pensare discende dall’amare la propria libera ricerca più della propria sopravvivenza nel gioco mediocre della menzogna.

Se il fatto di pensare discende dal fatto, altrettanto concreto, di amare, l’esistenza di chi pensa amando è prova di quel che significa vivere in piena libertà.

Amare, dunque esistere: sia questo il ricordo!

Giovanni Bongo

 

 

 

Lo facciamo per gli altri?

 

Chiedere a chi dà, dare a chi chiede: ecco una morale semplice.

Evitare di fare per gli altri (a loro insaputa o a loro danno) quello che possiamo fare con gli altri.

Quando doniamo, essere generosi: non donare per ricattare, non donare per ottenere riconoscenza, non donare per mostrare il proprio (presunto) potere; non donare per punire.

Semmai condividere.

C’è chi elargisce insulti mentre mette in tavola un piatto caldo. C’è chi usa la frusta della colpa in modo da colpire costantemente il destinatario del suo millantato amore. Non chiamiamo tutto questo bontà. Non è bene, non fa bene, non ha nessun rapporto col bene.

L’ho fatto per te (per la tua salvezza, per la tua verginità, per il tuo futuro, et cetera): ecco la frase preferita da inquisitori e aguzzini e massacratori d’ogni tempo.

Lo facciamo per gli altri? Sempre? Ne siamo certi? Lo dicono anche i despoti, lo dicono anche i tiranni, i falsi maestri, i corruttori, gli amanti incattiviti, i padri narcisisti.

Non facciamo più nulla per gli altri se non riusciamo a comprendere la differenza che c’è tra l’amore e il dominio: la carità sotto falso nome è malafede – oltre che malaffare.

Doniamo come fanno i magnanimi: silenziosi, attenti, sensibili, leggeri. La vera generosità si esercita a danno dell’evidenza.

G. B.

La principessa sui pedali

La piazza è vasta e pallida. La giornata è fredda. Nevica. Sparuti passanti, a piedi e in bicicletta, vanno dove devono andare – come accade in ogni capitale, città, paesello e villaggio del pianeta.

Il fotografo è attratto, però, da una figura che spicca sulle altre; anzi, il fotografo è là proprio per immortalare quel “personaggio”, tra le poche persone presenti, e per giustificare in tal modo il suo impegno.

In questo caso, tuttavia, la ricerca dello “scoop” o del “gossip” produce un effetto educativo: non mostra il marcio, che pure ci sarà da qualche parte anche in Danimarca; mostra invece una bella e discreta abitudine: quella della principessa del civile popolo danese. Senza scorta e senza auto blu ella accompagna, su bicicletta fornita di “cargo”, i piccoli giovani figli a scuola nel pieno di una nevicata gentile. I bimbi, ben coperti ma senza assilli, sono esposti al vento e al paesaggio. La principessa procede con pedalata sicura e sguardo attento. I tre sembrano sereni.

Inevitabilmente il pensiero corre alle doppie e triple file di automobili accese (ma ferme) nei pressi delle scuole di buona parte d’Italia. Genitori distratti, dall’aria spesso vacua, se ne stanno seduti al volante con in mano il cellulare. Sono gli stessi padri e madri che, maledicendo le polveri sottili e lo smog che essi stessi procurano, non mutano mai le loro pessime abitudini di vita.

A scuola in bici? Non si può, gli si sente dire: non ne ho il tempo, mio figlio si raffredda, ci metto troppo tempo, se ci fossero più bici in giro lo farei

Frattanto, la principessa sui pedali mostra, a suo modo, la morale di una storia semplice.

Un comportamento nobile e regale è, oggi, quello che permette a tutti di comprendere che ci sono modi più tenui e gentili di stare sulla Terra.

G. B.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ai figli 4

 

 

Sono rinato. Questa è la mia alba. La vita reale è appena cominciata.
Vivere ponderato: attenzione consapevole ai fondamenti della vita e costante attenzione all’ambiente circostante e a ciò che a esso è correlato, ad esempio un lavoro, un compito, un libro, qualsiasi cosa richieda efficace concentrazione (la circostanza non ha valore. Ha valore come ci si relaziona a una circostanza. Il significato vero risiede nella relazione personale con un fenomeno, quello che significa per te).
La grande santità del cibo, il calore vitale.
Positivismo, l’insuperabile gioia della vita estetica.
Assoluta verità e onestà.
Realismo.
Indipendenza.
Risolutezza. Stabilità. Coerenza.

Christopher Johnson McCandless (12 febbraio 1968 – agosto 1992)

 

Nato, sei nato. Inatteso, sorprendente, irripetibile, essenziale; come quel che potrebbe non accadere mai e per un quanta, nel solo istante di materiale acquiescenza al possibile del reale, accade.

Nato, sei nato. Nulla di ciò che è stato potrebbe essere meglio di come è stato, dal momento che sei giunto: redenzione dell’errore irredimibile, semplice conseguenza del rimpianto fatto forza e divenuto necessità, ora sei il mio dialogo incessante e la mia verità più serena. Rido dei miei contrasti con chi mi contrasta. Io, ora sì, rido anche dell’amaro fondo degli aspri calici che alcuni mi offrono per colmare il loro vuoto chiamandolo giudizio.

Nato, sei nato. Ora devo solo essere più semplice, più leggero, più onesto di quanto non mi sia riuscito di essere prima. Non importa a quale prezzo: lo devo a te, non ad altri.

Non ho più fretta, ora. Il tempo che scorre mi inquieta come la sera di un dì a lungo atteso e in breve svanito. La gioia è nell’alba, anzi è nella notte di stelle che annuncia l’alba. Vorrei solo stelle e alba, non feste del tempo che va. Voglio altro tempo: la festa è esserci, sospesi come allodole che cantano, quando non è più notte né ancora è giorno.

Un giorno sarai uomo. Tornerai come cane nella tormenta? Aprirò la porta. Chiederai un pasto? Ti darò il miglior piatto. Avrai bisogno di danaro? Te ne darò quanto basta, né poco (come fanno i taccagni), né troppo (come fanno i corruttori); piuttosto ti riempirò le mani delle mie mani: l’unica mia ricchezza – forse la sola che abbia senso.

Chiederai un letto? Sarà pulito e pronto per il tuo giovane corpo stanco. Chiederai di abbracciarti o saremo impediti dall’orgoglio? Ti abbraccerò ugualmente, senza far domande insulse su: cosa è successo e chi è stato?

Ti ascolterò, ma dovrò essere saggio. Se sarò saggio ricorderò quel che ricorderai: la mia essenza; le mie assenze; la mia presenza. E parleremo sereni…

Giovanni Bongo