Giordano Bruno

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. (Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla).

Filippo Giordano Bruno, Nola 1548 – Roma, 17 febbraio 1600

Quando saremo liberi dall’idea del peccato e sicuri da ogni turbamento del reciproco darsi tormento, allora e solo allora l’amore avrà un senso.

Si può far del male con fruste e parole; la privazione di umanità dell’Uomo, tuttavia, comincia sempre nel linguaggio e con sottili, o grossolane ma ugualmente taglienti, insinuazioni psicologiche e antropologiche: tanto sottili, o tanto grossolane, da assillare i destinatari di simili messaggi d’odio.

Chi subisce tali messaggi finirà col credere di meritare torturanti colpe immaginarie; oppure finirà con l’essere il capro espiatorio di un’epoca e di un mondo in olocausti destinati alla maggior gloria della Società e di Dio.

Lo sapevano i persecutori della “santa” Inquisizione; lo hanno saputo i dottori Mengele dei Lager nazisti e gli aguzzini dei Gulag e di tutti i luoghi di tortura del pianeta.

Le parole costituiscono l’incipit, e in qualche caso anticipano la materiale esecutività, di pene corporali, uccisioni, annientamento di corpi e vite. Dalle parole prendono forma massacri e stragi.

Le parole, private del loro appropriato uso, senso e significato, costituiscono così l’assassinio perpetrato con altri mezzi; in altri termini di dolore.

Chi ha smesso di dialogare dichiara che non c’è da dire nulla, se non quel che è prescritto. Ogni dittatore, per quanto mediocre, sa che il mondo si governa con un discorso; con la selezione delle opportune parole, usate non a caso per limitare, e non dilatare, la molteplicità dei significati. Ogni dittatura sorveglia il soggetto sotto dettatura: si tratta di un diktat, etimologicamente parlando. Il potere non può denunciare il silenzio cui sottopone i suoi dominati. Il Potere non ama gli scrittori, i poeti, i liberi cercatori. 

Giordano Bruno, vittima della presunta Verità del fanatismo cattolico, fu testimone della bugiarda “volontà di impudenza” dei guardiani di un finto regno celeste; fu martire del libero pensiero; fu vittima delle parole d’odio con le quali fu stravolto il suo discorso filosofico.

Ai vili torturatori d’ogni tempo, siano essi gli sgherri sgangherati di un qualche transitorio Potere o i banali (e purtroppo quotidiani) assassini della verità d’ogni giorno, Giordano Bruno diede prova di quel che vuole dire pensare.

Pensare è presenza di corpo nello spirito; è materialità di spirito nel corpo; è visionaria capacità di intuire il giorno e la notte degli infiniti mondi in pienezza di parola, pensiero, azione.

Giordano Bruno disse, a suo modo, che l’atto stesso del pensare discende dall’amare la propria libera ricerca più della propria sopravvivenza nel gioco mediocre della menzogna.

Se il fatto di pensare discende dal fatto, altrettanto concreto, di amare, l’esistenza di chi pensa amando è prova di quel che significa vivere in piena libertà.

Amare, dunque esistere: sia questo il ricordo!

Giovanni Bongo