I figli degli altri

Volere il Mondo a proprio piacimento, a propria immagine e somiglianza, ai propri piedi. Fare a pezzi, uccidere in strada, uccidere in chiesa, uccidere in ospedale: fare di ogni cosa un’arma, fare di ogni corpo una cosa; dileggiare i corpi, combattere il terrore con altro terrore.

Chi può divaga: con il cane a tavola, con le galline in gabbia, con le fragole d’inverno, con il ghiaccio d’estate; con donne bambole, uomini giocattolo & bimbi à la carte.

I bimbi, già: buoni solo se nostri, se tanto voluti, se tanto desiderati, se tanto utili alla causa del nostro ego perduto. Quando i bambini degli altri muoiono, nessun trombone ha niente da dire.

Chi bombarda ospedali sperduti in terre condannate uccide i figli degli altri nel nome della sicurezza mondiale, della stabilità, del profitto o di qualche altro idolo infame.

I bimbi degli altri non vanno al mare; li si ammazza per sbaglio; sono vittime collaterali di guerre periferiche. Nessuno prega per loro. Muoiono e basta. D’estate. In questa estate in cui si tira a campare, si attende la chiamata, si scruta la graduatoria ad esaurimento nervoso, si spera nel tempo indeterminato, ci si fa schiacciare da governi idioti e si trova una ragione per tutto, purché ci siano quattro soldi per le solite banalità: aperitivo dopo aperitivo, festa dopo fiera, serata dopo serata – facendo tardi per non fare nulla, per non dirsi nulla, per non pensare nulla.

Cerco sguardi, invoco buona volontà; non prego; avverto un grande pericolo. La prima cosa è sentire il pericolo. La seconda è parlarne. La terza è fare qualcosa (ma cosa?) prima che sia tardi per tutti. Prima di sentirsi folli per aver visto l’abisso; dei propri figli e dei figli degli altri.

G. B.

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