Lapis Freudiano

La società, sbrigativa e frettolosa, alimenta inesauribilmente questa sorta di malintesi; si interessa a ciò che voi fate piuttosto che alle ragioni per cui lo fate. Vladimir Jankélévitch

 

Decidere. Deridere. Questo è il dilemma. Se sia in questione una consonante, o due, e anche le vocali. Una “o” o una “ì” accentata, oppure accentuata, per dire che vogliamo il Sì o il No: sanità, scuola, lavoro, diritti, opere pubbliche, grandi opere pubbliche, un parlamento snello, un senato vuoto, un assetto virtuoso per la Repubblica che verrà.

Metti una “o” accanto a una “N”; metti una “ì” accanto a una “S”. Metti una sera o una mattina, metà sospettosi oppure celiando; metti che qualcuno osi dire che le matite copiative non copiavano più. Qualcuno sarà deriso per giorni, gli si dirà “ci sei cascato”, gli si dirà “vatti a fidare”, gli si dirà “io lo sapevo”.

Tanto dacché il Mondo è Mondo, la democrazia non si discute: è tutta in regola. Poi scopri che la Democrazia non vale sempre, non sempre dà luogo a effetti democratici, che a un referendum (fatto saltare in primavera) fa seguito un referendum, che tutto fa saltare in autunno.

Alcuni animali sono più uguali degli altri, scrisse qualcuno. Par vero. Al giorno d’oggi chi ha sospetti è subito sospettato di essere troppo sospettoso: di essere tra quelli che credono davvero che le scie chimiche siano chimiche e non solo scie senza alcuna traccia di canoe di carta.

La derisione, appunto: cosa vuoi che ci sia di strano, nel latte? Fa tanto bene, naturale, bianco, pulito, fonte di calcio, fonte di proteine nobili; fonte di ormoni, fonte di antibiotici, grassi saturi, sofferenze atroci di animali atrocemente gonfiati e spremuti. Il latte, bianca metafora (o allegoria) di tutte le cose imbiancate che nascondono putredine. Ne parlava un Visionario Ebreo Palestinese, tempo fa.

Che ci sarà di strano nelle matite del Viminale? Niente, certo che no. Funzionavano tutte. Abbiamo votato in piena libertà. Il punto non è la matita; il punto è la fiducia, questa cosa bella che ci fa uscire di casa ogni mattina credendo che non ci cadrà in testa un asteroide. La fiducia oggi è indebolita, non indelebile. La fiducia è male in arnese. La matita è solo un arnese, ma la fiducia è un sentimento bello bello che in questa Italia divisa come Verona (di Romeo e Giulietta) non proviamo più.

La verità, del resto, è sempre postuma, successiva, riconosciuta dopo e post datata. Accadde a Giordano Bruno, post mortem; a Galileo Galilei, che pur si mosse; ad Albert Einstein, deriso prima che si comprendesse che la sua matita seguiva un disegno assai diverso da quello più ovvio.

La verità è in bilico anche dopo che è stata dimostrata – fino a prova contraria.

Così va la gaia scienza, così il “fallibilismo” insegna, così va il Mondo, che proprio mondo (cioè pulito) non è. Quindi non è che non ci fidiamo più delle matite, forse non ci fidiamo più tanto di chi ce le mette in mano.

No, il problema non è la matita, ma il progetto: ovvero il sospetto che il patto che ci tiene uniti, o disuniti, possa crollare.

Non c’è monocameralismo che possa convincerci che i Valori valgano meno di una politica che non vuole complicazioni perché non è più capace di complessità  – ora che la Verità non è più detto che ci faccia Liberi.

Giovanni Bongo