Cura 2

Si chiese a un tratto, il saggio, quale fosse non il segreto, bensì l’essenza della felicità. Cos’è, dunque? E non seppe cosa rispondere, né a sé né a quelli che gli chiedevano, da molto tempo, la stessa cosa: cos’è la felicità?

Notò fuori, nel prato del tempio, un uomo che accarezzava dolcemente la testa di un bambino addormentato.

Il saggio sorrise e si sorprese non poco quando una lacrima gli scese dolcemente sulla guancia. Fu allora che sentì l’impulso di uscire fuori, sul prato, per vedere e per ascoltare quell’uomo, che intanto continuava ad accarezzare la testa del bambino.

Raggiunse l’uomo camminando lentamente, con fare dignitoso ma senza affettazione. Si avvicinò e tese l’orecchio. Comprese subito che quell’uomo era il padre del bambino. Il padre stava sussurrando al figlio le seguenti parole:

Usa tenerezza. Nulla di sdolcinato è nelle tenerezza, che al contrario richiede molta forza e coraggio. Usa dolcezza, che in quanto tale si offre alle persone amareggiate e fragili. Usa pazienza e lascia al tempo le cose che gli appartengono, ovvero tutto. Ascolta, perché ascoltare significa lasciare agli esseri la facoltà di esistere. Usa equanimità e non giudicare chi fallisce, perché un giorno potresti fallire a tua volta e sarà anche a causa di chi non ti avrà compreso. Usa amore e ricorda che la felicità è nel fare qualsiasi cosa con amore“.

Il saggio, per un istante, sorrise di nuovo; ma poi pianse senza pudore, profondamente toccato dalle parole di quel padre. Seppe finalmente riconoscere l’essenza della felicità: non è niente di oscuro ma neppure è chiara; non si sa bene cosa sia né dove si trovi: è soltanto ciò che è per chi sa amare. Seppe, inoltre, che nella sua saggezza egli stesso aveva sempre omesso di diventare padre, perfino padre occasionale dei suoi discepoli. Si era limitato a meditare, a piantare un albero, a scrivere un libro; azioni che, gli avevano detto, conducono alla perfezione, ma che gli parvero incomplete, ora, senza un amore che sappia amare come quel padre gli stava insegnando a fare.

G. B.